Il segreto di una vita lunga 106 anni? Gianna Pratesi risponde così (e c’è il gelato)
A 106 anni, compiuti il 16 marzo, Gianna Pratesi è diventata un simbolo di longevità e positività. La sua storia…
Il termine “artigianale” è, probabilmente, uno degli aggettivi più abusati nel panorama gastronomico contemporaneo e il settore della gelateria non fa eccezione. Per il consumatore medio, la parola evoca immagini di laboratori operosi, materie prime fresche e ricette tramandate nel tempo. Tuttavia, varcando la soglia di una gelateria, ci si scontra spesso con una realtà molto più complessa e sfaccettata. Il paradosso risiede nel fatto che, nonostante l’Italia sia universalmente riconosciuta come la patria del gelato di qualità, non esiste ancora una definizione univoca e protetta che stabilisca cosa possa fregiarsi legalmente di questo titolo e cosa, invece, debba essere considerato un prodotto semilavorato o industriale.
Questa ambiguità comunicativa permette (purtroppo) a esercizi commerciali profondamente diversi tra loro di utilizzare la medesima etichetta pur non avendone diritto, generando confusione e appiattendo le differenze qualitative. Se, da un lato, abbiamo maestri gelatieri che bilanciano ogni singolo ingrediente partendo da zero, dall’altro troviamo realtà che si limitano ad assemblare basi pronte e aromi sintetici.
Scopriamo, quindi, se la definizione di gelato artigianale esiste veramente, andando a scavare tra le pieghe di un vuoto normativo che dura da decenni e analizzando i criteri etici che guidano i produttori più rigorosi.
In Italia, a differenza di quanto avviene per altri prodotti d’eccellenza come il vino o alcuni formaggi, non esiste una legge nazionale che definisca i requisiti minimi per poter definire un gelato “artigianale”. Mentre settori affini, come la panificazione, hanno ottenuto nel tempo normative che distinguono chiaramente il pane fresco da quello conservato o precotto, la gelateria naviga ancora in un mare di incertezza legislativa.
Questa lacuna fa sì che chiunque possieda un mantecatore e una vetrina possa dichiararsi artigiano, indipendentemente dalla qualità degli ingredienti utilizzati o dal metodo di produzione adottato nel retrobottega.
Il dibattito politico e associativo ha tentato più volte di colmare questo vuoto, proponendo disegni di legge che vincolassero il termine all’assenza di grassi idrogenati, coloranti artificiali o basi pre-miscelate. Tuttavia, la resistenza di una parte del mercato e la difficoltà di trovare un accordo su disciplinari troppo rigidi hanno finora impedito il raggiungimento di un traguardo normativo.
Il risultato è, di conseguenza, un mercato deregolamentato dove la tutela del nome è affidata esclusivamente alla deontologia del singolo produttore e alla capacità di discernimento dell’acquirente finale.
Nonostante l’assenza di un obbligo di legge, esiste una sorta di “regola aurea” condivisa dai professionisti che intendono il gelato come un atto di alta cucina. Il vero spartiacque non è lo strumento utilizzato, ma la capacità di creare una ricetta bilanciata partendo dalle materie prime grezze: latte fresco, panna, zuccheri, uova, frutta di stagione e masse di cacao o paste di frutta secca pure. L’artigiano autentico è colui che conosce la chimica degli alimenti e sa come modificare la struttura del proprio gelato in base alla temperatura esterna o alla tipologia di ingrediente che sta trattando, evitando l’uso di scorciatoie chimiche che standardizzano il sapore.

La tecnologia gioca un ruolo fondamentale, ma deve restare al servizio della materia prima e non sostituirla. Il mantecatore moderno, per esempio, è uno strumento essenziale per ottenere una texture perfetta, ma non può fare miracoli se la base di partenza è un preparato industriale in polvere. La differenza si sente al palato: un gelato bilanciato correttamente non lascia la bocca “patinata” dai grassi vegetali di bassa qualità e non presenta colori eccessivamente accesi che tradiscono l’uso di additivi. Per aiutare il consumatore in questa analisi sensoriale, si possono osservare alcuni dettagli fondamentali:
Questi segnali, nonostante non siano garantiti da una certificazione statale, rappresentano una guida affidabile per chi cerca un prodotto genuino. La consapevolezza che la qualità richieda tempo e investimenti sposta l’attenzione dal semplice prezzo al valore intrinseco di ciò che viene servito nella coppetta, premiando chi sceglie la strada della trasparenza totale.
Leggi anche: Gelato artigianale vs industriale: quali sono le differenze?
Per ovviare alla mancanza di una legge nazionale, negli ultimi anni sono nati numerosi disciplinari volontari promossi da associazioni di categoria e movimenti di gelatieri indipendenti. Questi marchi di tutela mirano a creare un “recinto” di qualità all’interno del quale si muovono solo quei produttori che accettano di sottoporre il proprio lavoro a controlli esterni o di seguire regole produttive molto stringenti. Si tratta di tentativi preziosi che servono a mappare le eccellenze del territorio e a fornire al cliente una garanzia ulteriore, pur non avendo il valore di una denominazione d’origine protetta.
Le iniziative di autoregolamentazione si concentrano solitamente su alcuni punti fermi che definiscono l’identità del comparto. Questi standard volontari rappresentano la risposta concreta di un settore che non vuole attendere i tempi della politica per vedersi riconosciuto il proprio valore:
L’adesione a questi percorsi è un segnale di forte impegno etico. Anche se il termine “artigianale” rimane tecnicamente libero, chi decide di seguire un disciplinare si assume la responsabilità di giustificare ogni singola scelta produttiva di fronte al proprio pubblico, trasformando il vuoto normativo in un’opportunità di distinzione basata sulla fiducia e sulla qualità documentata.
In sostanza, la domanda se esista davvero una definizione di gelato artigianale trova una risposta più nell’etica che nei codici legislativi. Finché non avremo una normativa chiara, l’artigianalità resterà una promessa che il gelatiere fa al suo cliente ogni mattina, tra i banchi del laboratorio. È una definizione fluida, che si costruisce giorno dopo giorno attraverso la selezione dei fornitori, il rifiuto delle logiche industriali di massa e la volontà di offrire un prodotto che sia espressione autentica del territorio e della creatività umana.
Il compito del consumatore moderno è quello di andare oltre l’insegna luminosa o la parola scritta sulla vetrina. Essere un acquirente critico significa fare domande, osservare la pulizia dei locali, assaggiare con attenzione e imparare a riconoscere la naturalezza dei sapori. Ecco perché, in occasione del Fuori Gelato 2026, è previsto un incontro proprio su questo tema: Legge sul Gelato: Utopia o Necessità? Presentato da Andrea Zingrillo di Wally e moderato da Andrea Bistaffa di GnomoGelato, Luca Butti di Nonna Papera e Lorenzo Zambonin di Ciokkolatte Il gelato che Meriti, proporrà spunti e riflessioni utili sia per i professionisti del settore, sia per tutti gli amanti del gelato. Da non perdere!
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