The Ice Cream Project, il pop-up estivo di Anya Hindmarch con i gusti più strani al mondo
A prima vista potrebbe sembrare assurdo: un cono di gelato al dentifricio, una pallina al dado da brodo di manzo…
Il panorama italiano della produzione del gelato artigianale sta vivendo un momento di straordinaria maturità tecnica ed espressiva, come ampiamente documentato dalla prestigiosa e attesissima classifica annuale di Dissapore. Ogni anno, infatti, la nota testata gastronomica ridisegna la geografia del gusto freddo Made in Italy, premiando quei professionisti che sanno coniugare una profonda conoscenza della composizione degli alimenti con la valorizzazione trasparente e genuina della materia prima. La ricerca dell’equilibrio perfetto spinge i maestri gelatieri a superare i confini della tradizione, integrando nei banchi elementi botanici, infusioni controllate e tecniche provenienti dall’alta ristorazione.
La selezione nazionale curata da Dissapore offre una panoramica dettagliata che attraversa l’intera penisola, mettendo in luce sia i grandi punti di riferimento storici, sia le realtà emergenti capaci di ridefinire gli standard del settore.
Dietro la classifica delle 100 migliori gelaterie artigianali italiane di Dissapore 2026 c’è un impianto metodologico che rivendica continuità, rigore e una precisa idea di valutazione gastronomica. Anche per questa edizione, l’obiettivo dichiarato resta quello di restituire una mappa del gelato artigianale contemporaneo attraverso un lavoro di assaggio strutturato, condotto nel corso dell’anno da una redazione composta da più valutatori e basato su una scheda sensoriale condivisa.
Il punto di partenza è sempre il prodotto: il gelato viene valutato nella sua dimensione più diretta, cioè il gusto. Creme, sorbetti, gusti alla frutta e signature vengono analizzati secondo parametri sensoriali ripetuti e standardizzati, con l’obiettivo di ridurre al minimo la variabilità del giudizio individuale. L’artigianalità, in questo contesto, non viene considerata un valore assoluto, ma un perimetro produttivo che può generare esiti molto diversi tra loro.
A questa base si aggiunge una griglia di criteri che contribuisce alla costruzione del punteggio finale. La valutazione complessiva tiene conto della qualità delle materie prime e dell’attenzione alla sostenibilità, del livello di creatività e ricerca nella proposta e della struttura dell’offerta complessiva della gelateria. Il risultato è una media ponderata che, applicata a circa 500 insegne complessivamente prese in esame, determina le 100 realtà che accedono alla classifica finale.
Il principio dichiarato è quello di una selezione “oggettivata” attraverso criteri condivisi, ma il processo resta inevitabilmente legato all’esperienza e alla sensibilità dei redattori coinvolti, che interpretano e applicano le schede di valutazione all’interno di un lavoro che unisce analisi e assaggio.

Se il sistema di Dissapore punta a costruire una top 100 basata su criteri strutturati e replicabili, il tema che emerge ogni anno riguarda la distanza tra il metodo dichiarato e la sua percezione esterna. La classifica restituisce infatti un’unica fascia di eccellenza, senza livelli intermedi o ulteriori gradi di valutazione che possano aiutare a leggere le differenze tra le insegne selezionate.
In questo senso, il confronto con altri sistemi di guida nel settore diventa inevitabile. Nel caso del Gambero Rosso, ad esempio, la presenza di più livelli di riconoscimento e premi tematici contribuisce a costruire una narrazione più stratificata del mondo del gelato, in cui l’eccellenza non è concentrata in un’unica lista ma distribuita su più piani. Questo approccio non elimina le discussioni, ma rende più leggibile la complessità del panorama.
Al contrario, una selezione secca come una top 100 ha il vantaggio della chiarezza immediata: dentro o fuori, senza mediazioni. Ma proprio questa immediatezza può ridurre la possibilità di comprendere le sfumature qualitative tra realtà molto diverse tra loro, accomunate dallo stesso riconoscimento finale.
Resta poi il nodo centrale di ogni guida gastronomica: la natura inevitabilmente interpretativa del giudizio. Anche quando basato su schede tecniche, criteri dichiarati e assaggi ripetuti, il risultato finale passa attraverso lo sguardo e il palato di chi valuta. Ed è proprio qui che si apre la questione più ampia, che va oltre la singola classifica.
In questo senso, il punto non è soltanto confrontare due modelli diversi, ma interrogarsi su cosa oggi significhi davvero “valutare” il gelato in modo credibile, leggibile e utile.
Una top 100 restituisce una visione immediata e potente, ma tende a semplificare la complessità del settore. Un sistema più stratificato prova invece a raccontarla, ma introduce a sua volta nuovi livelli di interpretazione e possibili ambiguità.
La questione, quindi, non è quale modello sia più giusto in assoluto, ma se l’attuale modo di raccontare e classificare il gelato sia ancora sufficiente per rispondere alle esigenze di chi produce e di chi legge. Da un lato la necessità di garantire trasparenza e coerenza nella valutazione, dall’altro quella di offrire strumenti che aiutino davvero a comprendere cosa si sta guardando oltre il semplice posizionamento in una lista.
Forse, dopo anni di classifiche e guide, la domanda più urgente non riguarda più solo i nomi presenti o esclusi, ma il metodo stesso con cui costruiamo il valore.
E allora la domanda rimane aperta: è più efficace un sistema che semplifica al massimo la lettura dell’eccellenza, o uno che prova a raccontarla nella sua complessità, anche a costo di renderla meno immediata? Forse, la vera domanda è se oggi non sia necessario immaginare un modello diverso.
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